Il manager della sostenibilità sociale come link worker
Dalla prescrizione sociale al welfare aziendale: un nuovo patto tra imprese, sanità e Terzo settore per la salute delle persone e delle comunità.
Se i determinanti della salute sono sociali, la risposta non può essere soltanto clinica. La salute non dipende soltanto dalla qualità delle cure che riceviamo. Dipende anche dalle condizioni in cui nasciamo, cresciamo, lavoriamo e invecchiamo, dalle nostre relazioni, dalle opportunità culturali, dalle risorse economiche e sociali di cui disponiamo e dalla qualità dell’ambiente in cui viviamo.
Non è una dichiarazione di principio, ma un’evidenza scientifica consolidata.
Nel World Report on Social Determinants of Health Equity, pubblicato nel maggio 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ribadisce che i determinanti sociali esercitano un’influenza decisiva sulla salute e sulle disuguaglianze. Il rapporto documenta differenze nell’aspettativa di vita che possono raggiungere i 33 anni tra i Paesi con i valori più alti e quelli con i valori più bassi. Anche all’interno dei singoli Paesi, le disuguaglianze di salute seguono un gradiente sociale: al crescere dello svantaggio economico e sociale, peggiorano mediamente le condizioni di salute e si riduce l’aspettativa di vita.
Le condizioni abitative, l’istruzione, la sicurezza economica, la qualità del lavoro e l’isolamento sociale non costituiscono soltanto il contesto in cui si manifesta una malattia. Contribuiscono a determinarne il rischio, l’evoluzione e le possibilità di prevenzione e cura.
Da questa consapevolezza deriva una conseguenza fondamentale: se i determinanti della salute sono anche sociali, la risposta non può essere soltanto clinica. La medicina dispone di strumenti diagnostici e terapeutici sempre più sofisticati, ma non può affrontare da sola tutte le condizioni che influenzano la salute delle persone. La solitudine, le difficoltà economiche, l’assenza di una rete familiare o il carico assistenziale possono compromettere il benessere e la qualità della vita, anche quando la risposta sanitaria è adeguata.
Non si tratta di attribuire alla medicina responsabilità che non le appartengono, ma di costruire intorno alle cure un sistema di risorse capace di rispondere alla complessità dei bisogni delle persone. La prescrizione sociale: connettere le risorse della comunità alla prevenzione e alla cura
È in questa prospettiva che si colloca la prescrizione sociale, o social prescribing.
Nel 2022 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato A Toolkit on How to Implement Social Prescribing, un manuale operativo che descrive la prescrizione sociale come un approccio capace di collegare le persone a servizi e attività non cliniche presenti nella comunità, per migliorare salute e benessere.

La prescrizione sociale riconosce che le risorse utili alla salute non si trovano esclusivamente negli ospedali e negli ambulatori. Possono trovarsi anche nelle associazioni, nei centri culturali, nei musei, nelle biblioteche, nei parchi, nelle organizzazioni sportive e nelle reti di volontariato. Un percorso di attività fisica adattata, un laboratorio artistico, un gruppo di cammino, un’esperienza culturale condivisa o un servizio di supporto alla vita quotidiana possono contribuire a rispondere a bisogni che incidono sulla salute, pur non essendo interventi clinici.
La prescrizione sociale non sostituisce la medicina e non trasforma automaticamente qualsiasi attività sociale in una terapia. Costruisce una connessione tra il percorso sanitario e le risorse sociali, culturali e ambientali che possono contribuire alla prevenzione, al benessere e alla qualità della vita. È un cambiamento significativo di prospettiva: dalla centralità esclusiva della prestazione alla costruzione di un ecosistema di cura.
Il link worker: la figura che rende possibile la connessione
La disponibilità di risorse sul territorio, tuttavia, non garantisce che le persone riescano effettivamente ad accedervi. È qui che assume un ruolo centrale il link worker, figura fondamentale nei modelli di prescrizione sociale sviluppati soprattutto nel Regno Unito.
Il National Health Service britannico ha definito un modello nel quale i social prescribing link workers operano in collegamento con l’assistenza primaria, i servizi territoriali e le organizzazioni della comunità. Il loro compito non consiste semplicemente nel fornire informazioni sulle attività disponibili. Il link worker ascolta la persona, ne comprende i bisogni e le priorità, identifica insieme a lei le risorse più appropriate e la accompagna nell’accesso alle opportunità presenti nella comunità.
L’approccio parte da una domanda apparentemente semplice: What matters to me? Che cosa conta per me? Non soltanto quale malattia ho, ma che cosa mi manca, che cosa desidero recuperare, quali difficoltà incontro nella vita quotidiana, quali risorse potrebbero aiutarmi a stare meglio.
Il link worker costruisce una relazione di fiducia, facilita l’accesso ai servizi e collabora con le organizzazioni del territorio per migliorarne accessibilità e sostenibilità. Non è necessariamente un professionista sanitario. Nei modelli britannici può operare nell’ambito delle reti dell’assistenza primaria, delle organizzazioni del Terzo settore e dei servizi territoriali, sulla base di competenze specifiche e di un adeguato sistema di formazione e supervisione.
La sua competenza distintiva è la capacità di trasformare una rete potenziale di risorse in opportunità concrete per le persone.
Una prospettiva che si sta aprendo anche in Italia
Anche in Italia stanno emergendo segnali importanti di riconoscimento del ruolo delle risorse culturali, sociali e sportive nella promozione della salute.
Un contributo importante arriva dal Cultural Welfare Center (CCW), che promuove ricerca, formazione e alleanze tra cultura, salute e welfare. In collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo, il CCW ha realizzato la prima indagine nazionale sulla prescrizione sociale di arte e cultura, contribuendo a censire le esperienze esistenti e a individuare le condizioni per passare dalle sperimentazioni a un modello più strutturato.

Il 24 aprile 2026 il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per promuovere la ricerca e la sperimentazione sugli effetti della fruizione del patrimonio culturale e delle attività artistiche sul benessere psicofisico.

Nella stessa direzione si colloca il dibattito parlamentare sull’introduzione dell’esercizio fisico strutturato come strumento di prevenzione e terapia all’interno del Servizio sanitario nazionale. I disegni di legge in discussione mirano a rafforzare il ruolo della prescrizione dell’attività fisica nei percorsi sanitari, anche per le persone con patologie croniche.
Sono iniziative diverse, che convergono su un principio comune: ampliare le risorse disponibili per la prevenzione e la cura, riconoscendo il contributo di ambiti tradizionalmente esterni al sistema sanitario.
Rimane però aperta una questione decisiva: come rendere queste opportunità realmente accessibili e sostenibili? Il riconoscimento istituzionale non coincide automaticamente con la disponibilità di finanziamenti strutturali o con l’esistenza di una rete capillare di professionisti in grado di accompagnare le persone.
In Italia non esiste ancora un sistema nazionale di prescrizione sociale finanziato e organizzato in modo omogeneo. Le esperienze territoriali, spesso innovative, devono confrontarsi con la frammentazione delle risorse e con la difficoltà di garantire continuità nel tempo. È proprio su questo terreno che può aprirsi uno spazio nuovo per le imprese.
Il grande assente: il mondo delle aziende
Finora lo sviluppo della prescrizione sociale ha coinvolto prevalentemente i sistemi sanitari, i servizi sociali, gli enti locali e le organizzazioni del Terzo settore.
Le imprese non sono estranee alla promozione della salute. Al contrario, negli ultimi anni hanno sviluppato politiche di welfare aziendale, programmi di prevenzione, iniziative per il benessere psicofisico e strumenti di sostegno alla conciliazione tra vita e lavoro. Questi interventi, tuttavia, si sono sviluppati prevalentemente all’interno del perimetro organizzativo dell’azienda, mentre la prescrizione sociale si è strutturata soprattutto attraverso le reti sanitarie e comunitarie.
Sono due mondi che condividono obiettivi importanti, ma che non hanno ancora sviluppato sistematicamente modelli di collaborazione. Eppure, il luogo di lavoro rappresenta uno degli spazi fondamentali in cui si manifestano i determinanti sociali della salute.
Le aziende incontrano quotidianamente persone che convivono con patologie croniche, che affrontano un tumore, che assistono familiari non autosufficienti o che hanno bisogno di modificare comportamenti e abitudini per prevenire l’insorgenza di malattie.
Una lavoratrice o un lavoratore che assiste un genitore con una patologia neurodegenerativa può avere bisogno di orientamento, sostegno psicologico e accesso a servizi territoriali. Una persona che rientra al lavoro dopo un trattamento oncologico può aver bisogno di attività fisica adattata, supporto nutrizionale e percorsi di accompagnamento. Chi vive una condizione di isolamento può beneficiare di opportunità di partecipazione culturale, sportiva e comunitaria.
Sono bisogni che non scompaiono nei luoghi di lavoro e che non possono essere affrontati esclusivamente attraverso prestazioni sanitarie integrative. In tutti questi casi, il welfare aziendale può diventare qualcosa di più di un insieme di prestazioni e benefit: può diventare una porta di accesso alle risorse della comunità.
Il manager della sostenibilità sociale come link worker
Da qui nasce una proposta: integrare tra le competenze del manager della sostenibilità sociale quella di link worker, per creare connessioni tra azienda, sistema sanitario e comunità.
Non si tratta di trasformarlo in un professionista sanitario, né di attribuirgli le competenze specialistiche del link worker che accompagna individualmente le persone nei percorsi di prescrizione sociale. Si tratta di integrare nella sostenibilità sociale dell’impresa la logica del social prescribing: ascoltare i bisogni, conoscere le risorse, costruire connessioni, facilitare l’accesso e verificarne i risultati.
In questa prospettiva, il manager della sostenibilità sociale assume una funzione di regia, collegando il welfare aziendale con le organizzazioni sanitarie, le associazioni dei pazienti, le realtà culturali e sportive e le reti del Terzo settore.
Il primo passaggio è la conoscenza dei bisogni reali delle persone, superando una progettazione del welfare basata prevalentemente sull’offerta di prestazioni standardizzate. Il secondo è la costruzione di una rete qualificata di risorse, selezionate in funzione dei bisogni individuati e delle evidenze disponibili. Il terzo è l’attivazione di percorsi personalizzati, attraverso professionisti competenti e organizzazioni partner, capaci di accompagnare concretamente le persone. Il quarto, infine, è la misurazione dei risultati, non soltanto in termini di utilizzo dei servizi, ma anche di accessibilità, partecipazione, benessere percepito e qualità della vita.
Il manager della sostenibilità sociale affianca così alle proprie responsabilità una competenza di connessione, capace di trasformare l’impegno dell’azienda in una risorsa per le persone e per il territorio. È un’evoluzione che sposta la sostenibilità sociale dalla rendicontazione delle iniziative alla costruzione di relazioni e opportunità misurabili.
Un nuovo patto tra imprese e Terzo settore
Questa prospettiva non implica semplicemente la ricerca di nuove risorse economiche per finanziare attività che il sistema pubblico non riesce a sostenere. Ridurre il contributo delle imprese alla disponibilità di finanziamenti significherebbe perdere la parte più innovativa della proposta.
Le aziende possono mettere a disposizione competenze organizzative, capacità di progettazione, infrastrutture digitali, reti relazionali e strumenti di misurazione. Possono contribuire a rendere più accessibili e continuative attività già presenti nei territori, rafforzando organizzazioni che spesso dispongono di competenze preziose ma di risorse limitate.
Allo stesso tempo, il Terzo settore può offrire alle imprese un patrimonio di conoscenze, esperienze e relazioni difficilmente riproducibile all’interno delle organizzazioni aziendali. Le associazioni dei pazienti, le organizzazioni culturali, le realtà sportive e le reti di volontariato conoscono bisogni che spesso rimangono invisibili agli strumenti tradizionali del welfare. Sanno intercettare fragilità, costruire fiducia e attivare forme di partecipazione che contribuiscono al benessere individuale e collettivo.
Il rapporto tra impresa e Terzo settore può quindi evolvere da una logica di sponsorizzazione o sostegno economico a una logica di coprogettazione e responsabilità condivisa. L’impresa non finanzia semplicemente un servizio esterno, ma contribuisce a costruire un sistema di opportunità di cui beneficiano le proprie persone e, potenzialmente, la comunità più ampia.
Il Terzo settore non è soltanto un fornitore di attività, ma un partner nella lettura dei bisogni, nella progettazione delle risposte e nella valutazione dei risultati. In questa prospettiva, la sostenibilità sociale diventa un investimento nella capacità delle comunità di prendersi cura delle persone.
CaringForUs: dal welfare aziendale alla comunità che cura
È in questa direzione che si colloca CaringForUs, il progetto promosso da Eikon Strategic Consulting insieme a Komen Italia per accompagnare aziende e organizzazioni nel perseguimento dell’Obiettivo 3 dell’Agenda 2030, dedicato alla salute e al benessere. Il progetto nasce dall’idea che prendersi cura delle persone richieda innanzitutto la capacità di ascoltarne i bisogni e di costruire risposte che valorizzino le risorse disponibili nella comunità.
CaringForUs propone un percorso che integra tre dimensioni: misurare, attivare e comunicare.
Attraverso il Caring Index, le organizzazioni possono conoscere i bisogni delle proprie persone e misurare come viene percepito il loro impegno per la salute e il benessere.
A partire da questa conoscenza, possono attivare percorsi individuali e di gruppo, realizzati con il contributo di partner scientifici e organizzazioni del Terzo settore, dedicati alla prevenzione, alla genitorialità, al benessere e alla qualità della vita.
Infine, possono valorizzare e rendere riconoscibile il proprio impegno attraverso il percorso WeCareForUs. L’elemento distintivo non è la semplice introduzione di nuovi servizi nel catalogo del welfare aziendale, ma la possibilità di costruire una connessione stabile tra bisogni delle persone, risorse della comunità e responsabilità sociale dell’impresa.
In questa prospettiva, CaringForUs rappresenta un possibile terreno di sperimentazione del ruolo del manager della sostenibilità sociale come link worker organizzativo: una figura capace di mettere in relazione mondi che troppo spesso operano separatamente.
Dalla sostenibilità dichiarata alla capacità di prendersi cura
La crescente attenzione ai determinanti sociali della salute ci pone di fronte a una responsabilità collettiva. Se la salute dipende anche dalle condizioni sociali, culturali, economiche e ambientali in cui viviamo, nessun attore può considerarla una responsabilità esclusiva del sistema sanitario.
La prescrizione sociale indica una direzione: riconoscere, valorizzare e connettere le risorse della comunità ai percorsi di prevenzione e cura. Il welfare aziendale può contribuire a rendere questa prospettiva più accessibile e sostenibile, ampliando le opportunità per le persone che lavorano e per quelle che vivono condizioni di fragilità o responsabilità di cura.
Il manager della sostenibilità sociale può diventare una figura chiave di questa trasformazione, non perché debba sostituirsi ai professionisti della salute o ai link worker, ma perché può costruire le condizioni organizzative e relazionali che rendono possibili nuove alleanze.
È un passaggio culturale prima ancora che organizzativo. Significa riconoscere che la sostenibilità sociale non si misura soltanto attraverso le risorse investite o il numero di iniziative realizzate, ma attraverso la capacità di generare opportunità concrete di salute, benessere e partecipazione.
La sfida è passare da un welfare che offre prestazioni a un welfare che costruisce connessioni. E da imprese che dichiarano di prendersi cura delle persone a imprese che contribuiscono a rendere le comunità capaci di prendersi cura.
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Cristina Cenci

