«Il triste declino dell’Italia si misura anche così. Buon viaggio ragazze/i!!»
Vittorio Gallese, neuroscienziato di fama europea, ha commentato così i dati 2025 dello European Council of Doctoral Candidates and Junior Researchers (Eurodoc). Poche parole, nessuna retorica. Solo la lucidità amara di chi conosce dall’interno il sistema della ricerca italiana.
Il quadro europeo
Un dottorando italiano riceve 16.243 euro lordi l’anno. La Danimarca ne eroga 58.014, la Germania 55.557. Anche Francia e Spagna — Paesi con un costo della vita simile al nostro — superano l’Italia di circa 10.000 euro. Nel ranking europeo siamo sedicesimi su ventiquattro: davanti solo ai Paesi baltici e all’Europa centro-orientale.
Una questione di inquadramento, prima che di soldi
Il nodo non è solo economico. In molti Paesi del Nord Europa il dottorando ha un contratto di lavoro, con contributi e tutele. In Italia ha una borsa di studio, fissata per decreto. La differenza non è simbolica: definisce chi sei nel sistema — un lavoratore della conoscenza oppure ancora uno studente.
Chi ci guadagna
Un dottorando svolge ricerca, pubblica, insegna. Produce valore. Ma se il sistema non lo riconosce come tale, la scelta di andare altrove diventa semplicemente razionale. E gli investimenti pubblici nella sua formazione finiscono per avvantaggiare altri Paesi.
Vale la pena ricordarlo: a parità di potere d’acquisto il divario si riduce, ma non scompare. Rimane strutturale.
La domanda non è perché i ricercatori italiani se ne vadano. È perché dovrebbero restare.
Fonte: Eurodoc, dati 2025.

Milano, ottobre 2026. Vetrine rotte, scontri in piazza, fermati e denunce. Le immagini hanno fatto il giro dei media italiani ed europei. Il Guardian le ha rilanciate con un titolo che taglia corto: lost generation.
È facile liquidare tutto come vandalismo. È più difficile — e più onesto — chiedersi cosa ci sia sotto.
Il dato che cambia la prospettiva
Il Terzo Rapporto Eikon sulla Sostenibilità Sociale offre un punto di partenza inaspettato. Alla domanda “ti preoccupa il futuro del nostro Paese?”, solo l’1,9% dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni ha risposto “per niente”. È la percentuale più bassa di tutte le fasce d’età — più bassa dei trentenni, dei quarantenni, dei sessantenni.
Non sono ragazzi indifferenti. Sono ragazzi che non riescono a smettere di preoccuparsi. E non credono più nel futuro.
Il Rapporto lo chiama il fallimento di un patto generazionale. Una generazione a cui è stato chiesto di crescere, studiare, impegnarsi — con la promessa implicita di un futuro che li aspettasse. Una promessa che, nei fatti, non è stata mantenuta.
Le voci dalle periferie
I ragazzi delle periferie milanesi non usano il linguaggio della sociologia. Lo dicono direttamente all’ANSA: «Qui solo noia e povertà». Non è una provocazione. È una descrizione.
Il criminologo Marco Dugato dell’Università Cattolica legge quello che è successo a Milano non come un episodio di violenza gratuita, ma come «vari livelli di protesta per una politica e una società che sembra non pensare al loro futuro».
Non solo Milano
Sarebbe comodo pensare che Milano sia un caso isolato. Non lo è. La sfiducia nel futuro del Paese che i dati Eikon fotografano è distribuita su tutto il territorio nazionale, trasversale alle classi sociali, presente anche tra chi non scende in piazza e non fa notizia.
La maggior parte di questi ragazzi non protesta. Aspetta. Si adatta. Pianifica un futuro altrove — o smette di pianificare del tutto. Quella silenziosa è forse la forma di disagio più difficile da vedere, e la più costosa per il Paese nel lungo periodo.
La domanda che resta aperta
Le proteste passano. I dati restano. E raccontano una generazione che non ha smesso di voler credere nel futuro dell’Italia — ma che sta aspettando un segnale che ancora non arriva.
La domanda non è perché alcuni giovani scendano in strada. È cosa stiamo facendo, come società, per rispondere a chi ci sta dicendo — con i numeri o con le pietre — che il patto è rotto.
Fonte: Terzo Rapporto Eikon sulla Sostenibilità Sociale (FrancoAngeli, 2026).
Scopri di più 👉 Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale — Eikon SC

Dalla prescrizione sociale al welfare aziendale: un nuovo patto tra imprese, sanità e Terzo settore per la salute delle persone e delle comunità.
Se i determinanti della salute sono sociali, la risposta non può essere soltanto clinica. La salute non dipende soltanto dalla qualità delle cure che riceviamo. Dipende anche dalle condizioni in cui nasciamo, cresciamo, lavoriamo e invecchiamo, dalle nostre relazioni, dalle opportunità culturali, dalle risorse economiche e sociali di cui disponiamo e dalla qualità dell’ambiente in cui viviamo.
Non è una dichiarazione di principio, ma un’evidenza scientifica consolidata.
Nel World Report on Social Determinants of Health Equity, pubblicato nel maggio 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ribadisce che i determinanti sociali esercitano un’influenza decisiva sulla salute e sulle disuguaglianze. Il rapporto documenta differenze nell’aspettativa di vita che possono raggiungere i 33 anni tra i Paesi con i valori più alti e quelli con i valori più bassi. Anche all’interno dei singoli Paesi, le disuguaglianze di salute seguono un gradiente sociale: al crescere dello svantaggio economico e sociale, peggiorano mediamente le condizioni di salute e si riduce l’aspettativa di vita.
Le condizioni abitative, l’istruzione, la sicurezza economica, la qualità del lavoro e l’isolamento sociale non costituiscono soltanto il contesto in cui si manifesta una malattia. Contribuiscono a determinarne il rischio, l’evoluzione e le possibilità di prevenzione e cura.
Da questa consapevolezza deriva una conseguenza fondamentale: se i determinanti della salute sono anche sociali, la risposta non può essere soltanto clinica. La medicina dispone di strumenti diagnostici e terapeutici sempre più sofisticati, ma non può affrontare da sola tutte le condizioni che influenzano la salute delle persone. La solitudine, le difficoltà economiche, l’assenza di una rete familiare o il carico assistenziale possono compromettere il benessere e la qualità della vita, anche quando la risposta sanitaria è adeguata.
Non si tratta di attribuire alla medicina responsabilità che non le appartengono, ma di costruire intorno alle cure un sistema di risorse capace di rispondere alla complessità dei bisogni delle persone. La prescrizione sociale: connettere le risorse della comunità alla prevenzione e alla cura
È in questa prospettiva che si colloca la prescrizione sociale, o social prescribing.
Nel 2022 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato A Toolkit on How to Implement Social Prescribing, un manuale operativo che descrive la prescrizione sociale come un approccio capace di collegare le persone a servizi e attività non cliniche presenti nella comunità, per migliorare salute e benessere.

La prescrizione sociale riconosce che le risorse utili alla salute non si trovano esclusivamente negli ospedali e negli ambulatori. Possono trovarsi anche nelle associazioni, nei centri culturali, nei musei, nelle biblioteche, nei parchi, nelle organizzazioni sportive e nelle reti di volontariato. Un percorso di attività fisica adattata, un laboratorio artistico, un gruppo di cammino, un’esperienza culturale condivisa o un servizio di supporto alla vita quotidiana possono contribuire a rispondere a bisogni che incidono sulla salute, pur non essendo interventi clinici.
La prescrizione sociale non sostituisce la medicina e non trasforma automaticamente qualsiasi attività sociale in una terapia. Costruisce una connessione tra il percorso sanitario e le risorse sociali, culturali e ambientali che possono contribuire alla prevenzione, al benessere e alla qualità della vita. È un cambiamento significativo di prospettiva: dalla centralità esclusiva della prestazione alla costruzione di un ecosistema di cura.
Il link worker: la figura che rende possibile la connessione
La disponibilità di risorse sul territorio, tuttavia, non garantisce che le persone riescano effettivamente ad accedervi. È qui che assume un ruolo centrale il link worker, figura fondamentale nei modelli di prescrizione sociale sviluppati soprattutto nel Regno Unito.
Il National Health Service britannico ha definito un modello nel quale i social prescribing link workers operano in collegamento con l’assistenza primaria, i servizi territoriali e le organizzazioni della comunità. Il loro compito non consiste semplicemente nel fornire informazioni sulle attività disponibili. Il link worker ascolta la persona, ne comprende i bisogni e le priorità, identifica insieme a lei le risorse più appropriate e la accompagna nell’accesso alle opportunità presenti nella comunità.
L’approccio parte da una domanda apparentemente semplice: What matters to me? Che cosa conta per me? Non soltanto quale malattia ho, ma che cosa mi manca, che cosa desidero recuperare, quali difficoltà incontro nella vita quotidiana, quali risorse potrebbero aiutarmi a stare meglio.
Il link worker costruisce una relazione di fiducia, facilita l’accesso ai servizi e collabora con le organizzazioni del territorio per migliorarne accessibilità e sostenibilità. Non è necessariamente un professionista sanitario. Nei modelli britannici può operare nell’ambito delle reti dell’assistenza primaria, delle organizzazioni del Terzo settore e dei servizi territoriali, sulla base di competenze specifiche e di un adeguato sistema di formazione e supervisione.
La sua competenza distintiva è la capacità di trasformare una rete potenziale di risorse in opportunità concrete per le persone.
Una prospettiva che si sta aprendo anche in Italia
Anche in Italia stanno emergendo segnali importanti di riconoscimento del ruolo delle risorse culturali, sociali e sportive nella promozione della salute.
Un contributo importante arriva dal Cultural Welfare Center (CCW), che promuove ricerca, formazione e alleanze tra cultura, salute e welfare. In collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo, il CCW ha realizzato la prima indagine nazionale sulla prescrizione sociale di arte e cultura, contribuendo a censire le esperienze esistenti e a individuare le condizioni per passare dalle sperimentazioni a un modello più strutturato.

Il 24 aprile 2026 il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per promuovere la ricerca e la sperimentazione sugli effetti della fruizione del patrimonio culturale e delle attività artistiche sul benessere psicofisico.

Nella stessa direzione si colloca il dibattito parlamentare sull’introduzione dell’esercizio fisico strutturato come strumento di prevenzione e terapia all’interno del Servizio sanitario nazionale. I disegni di legge in discussione mirano a rafforzare il ruolo della prescrizione dell’attività fisica nei percorsi sanitari, anche per le persone con patologie croniche.
Sono iniziative diverse, che convergono su un principio comune: ampliare le risorse disponibili per la prevenzione e la cura, riconoscendo il contributo di ambiti tradizionalmente esterni al sistema sanitario.
Rimane però aperta una questione decisiva: come rendere queste opportunità realmente accessibili e sostenibili? Il riconoscimento istituzionale non coincide automaticamente con la disponibilità di finanziamenti strutturali o con l’esistenza di una rete capillare di professionisti in grado di accompagnare le persone.
In Italia non esiste ancora un sistema nazionale di prescrizione sociale finanziato e organizzato in modo omogeneo. Le esperienze territoriali, spesso innovative, devono confrontarsi con la frammentazione delle risorse e con la difficoltà di garantire continuità nel tempo. È proprio su questo terreno che può aprirsi uno spazio nuovo per le imprese.
Il grande assente: il mondo delle aziende
Finora lo sviluppo della prescrizione sociale ha coinvolto prevalentemente i sistemi sanitari, i servizi sociali, gli enti locali e le organizzazioni del Terzo settore.
Le imprese non sono estranee alla promozione della salute. Al contrario, negli ultimi anni hanno sviluppato politiche di welfare aziendale, programmi di prevenzione, iniziative per il benessere psicofisico e strumenti di sostegno alla conciliazione tra vita e lavoro. Questi interventi, tuttavia, si sono sviluppati prevalentemente all’interno del perimetro organizzativo dell’azienda, mentre la prescrizione sociale si è strutturata soprattutto attraverso le reti sanitarie e comunitarie.
Sono due mondi che condividono obiettivi importanti, ma che non hanno ancora sviluppato sistematicamente modelli di collaborazione. Eppure, il luogo di lavoro rappresenta uno degli spazi fondamentali in cui si manifestano i determinanti sociali della salute.
Le aziende incontrano quotidianamente persone che convivono con patologie croniche, che affrontano un tumore, che assistono familiari non autosufficienti o che hanno bisogno di modificare comportamenti e abitudini per prevenire l’insorgenza di malattie.
Una lavoratrice o un lavoratore che assiste un genitore con una patologia neurodegenerativa può avere bisogno di orientamento, sostegno psicologico e accesso a servizi territoriali. Una persona che rientra al lavoro dopo un trattamento oncologico può aver bisogno di attività fisica adattata, supporto nutrizionale e percorsi di accompagnamento. Chi vive una condizione di isolamento può beneficiare di opportunità di partecipazione culturale, sportiva e comunitaria.
Sono bisogni che non scompaiono nei luoghi di lavoro e che non possono essere affrontati esclusivamente attraverso prestazioni sanitarie integrative. In tutti questi casi, il welfare aziendale può diventare qualcosa di più di un insieme di prestazioni e benefit: può diventare una porta di accesso alle risorse della comunità.
Il manager della sostenibilità sociale come link worker
Da qui nasce una proposta: integrare tra le competenze del manager della sostenibilità sociale quella di link worker, per creare connessioni tra azienda, sistema sanitario e comunità.
Non si tratta di trasformarlo in un professionista sanitario, né di attribuirgli le competenze specialistiche del link worker che accompagna individualmente le persone nei percorsi di prescrizione sociale. Si tratta di integrare nella sostenibilità sociale dell’impresa la logica del social prescribing: ascoltare i bisogni, conoscere le risorse, costruire connessioni, facilitare l’accesso e verificarne i risultati.
In questa prospettiva, il manager della sostenibilità sociale assume una funzione di regia, collegando il welfare aziendale con le organizzazioni sanitarie, le associazioni dei pazienti, le realtà culturali e sportive e le reti del Terzo settore.
Il primo passaggio è la conoscenza dei bisogni reali delle persone, superando una progettazione del welfare basata prevalentemente sull’offerta di prestazioni standardizzate. Il secondo è la costruzione di una rete qualificata di risorse, selezionate in funzione dei bisogni individuati e delle evidenze disponibili. Il terzo è l’attivazione di percorsi personalizzati, attraverso professionisti competenti e organizzazioni partner, capaci di accompagnare concretamente le persone. Il quarto, infine, è la misurazione dei risultati, non soltanto in termini di utilizzo dei servizi, ma anche di accessibilità, partecipazione, benessere percepito e qualità della vita.
Il manager della sostenibilità sociale affianca così alle proprie responsabilità una competenza di connessione, capace di trasformare l’impegno dell’azienda in una risorsa per le persone e per il territorio. È un’evoluzione che sposta la sostenibilità sociale dalla rendicontazione delle iniziative alla costruzione di relazioni e opportunità misurabili.
Un nuovo patto tra imprese e Terzo settore
Questa prospettiva non implica semplicemente la ricerca di nuove risorse economiche per finanziare attività che il sistema pubblico non riesce a sostenere. Ridurre il contributo delle imprese alla disponibilità di finanziamenti significherebbe perdere la parte più innovativa della proposta.
Le aziende possono mettere a disposizione competenze organizzative, capacità di progettazione, infrastrutture digitali, reti relazionali e strumenti di misurazione. Possono contribuire a rendere più accessibili e continuative attività già presenti nei territori, rafforzando organizzazioni che spesso dispongono di competenze preziose ma di risorse limitate.
Allo stesso tempo, il Terzo settore può offrire alle imprese un patrimonio di conoscenze, esperienze e relazioni difficilmente riproducibile all’interno delle organizzazioni aziendali. Le associazioni dei pazienti, le organizzazioni culturali, le realtà sportive e le reti di volontariato conoscono bisogni che spesso rimangono invisibili agli strumenti tradizionali del welfare. Sanno intercettare fragilità, costruire fiducia e attivare forme di partecipazione che contribuiscono al benessere individuale e collettivo.
Il rapporto tra impresa e Terzo settore può quindi evolvere da una logica di sponsorizzazione o sostegno economico a una logica di coprogettazione e responsabilità condivisa. L’impresa non finanzia semplicemente un servizio esterno, ma contribuisce a costruire un sistema di opportunità di cui beneficiano le proprie persone e, potenzialmente, la comunità più ampia.
Il Terzo settore non è soltanto un fornitore di attività, ma un partner nella lettura dei bisogni, nella progettazione delle risposte e nella valutazione dei risultati. In questa prospettiva, la sostenibilità sociale diventa un investimento nella capacità delle comunità di prendersi cura delle persone.
CaringForUs: dal welfare aziendale alla comunità che cura
È in questa direzione che si colloca CaringForUs, il progetto promosso da Eikon Strategic Consulting insieme a Komen Italia per accompagnare aziende e organizzazioni nel perseguimento dell’Obiettivo 3 dell’Agenda 2030, dedicato alla salute e al benessere. Il progetto nasce dall’idea che prendersi cura delle persone richieda innanzitutto la capacità di ascoltarne i bisogni e di costruire risposte che valorizzino le risorse disponibili nella comunità.
CaringForUs propone un percorso che integra tre dimensioni: misurare, attivare e comunicare.
Attraverso il Caring Index, le organizzazioni possono conoscere i bisogni delle proprie persone e misurare come viene percepito il loro impegno per la salute e il benessere.
A partire da questa conoscenza, possono attivare percorsi individuali e di gruppo, realizzati con il contributo di partner scientifici e organizzazioni del Terzo settore, dedicati alla prevenzione, alla genitorialità, al benessere e alla qualità della vita.
Infine, possono valorizzare e rendere riconoscibile il proprio impegno attraverso il percorso WeCareForUs. L’elemento distintivo non è la semplice introduzione di nuovi servizi nel catalogo del welfare aziendale, ma la possibilità di costruire una connessione stabile tra bisogni delle persone, risorse della comunità e responsabilità sociale dell’impresa.
In questa prospettiva, CaringForUs rappresenta un possibile terreno di sperimentazione del ruolo del manager della sostenibilità sociale come link worker organizzativo: una figura capace di mettere in relazione mondi che troppo spesso operano separatamente.
Dalla sostenibilità dichiarata alla capacità di prendersi cura
La crescente attenzione ai determinanti sociali della salute ci pone di fronte a una responsabilità collettiva. Se la salute dipende anche dalle condizioni sociali, culturali, economiche e ambientali in cui viviamo, nessun attore può considerarla una responsabilità esclusiva del sistema sanitario.
La prescrizione sociale indica una direzione: riconoscere, valorizzare e connettere le risorse della comunità ai percorsi di prevenzione e cura. Il welfare aziendale può contribuire a rendere questa prospettiva più accessibile e sostenibile, ampliando le opportunità per le persone che lavorano e per quelle che vivono condizioni di fragilità o responsabilità di cura.
Il manager della sostenibilità sociale può diventare una figura chiave di questa trasformazione, non perché debba sostituirsi ai professionisti della salute o ai link worker, ma perché può costruire le condizioni organizzative e relazionali che rendono possibili nuove alleanze.
È un passaggio culturale prima ancora che organizzativo. Significa riconoscere che la sostenibilità sociale non si misura soltanto attraverso le risorse investite o il numero di iniziative realizzate, ma attraverso la capacità di generare opportunità concrete di salute, benessere e partecipazione.
La sfida è passare da un welfare che offre prestazioni a un welfare che costruisce connessioni. E da imprese che dichiarano di prendersi cura delle persone a imprese che contribuiscono a rendere le comunità capaci di prendersi cura.
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Cristina Cenci
In Francia e Spagna i giovani sono in piazza. In Italia non succede nulla. Non c'è una narrazione condivisa. La quiete non è necessariamente calma — e i numeri lo confermano.
Il Terzo Rapporto Eikon sulla Sostenibilità Sociale prova a rispondere con i dati. Più di 1 giovane su 3 giudica insoddisfacente il proprio benessere psicologico. Tra i 16-19enni la quota sale al 36,8% — quasi il doppio della media nazionale. Il picco però è tra i 20-29enni: 38,1%, la quota più alta di tutte le fasce d’età. Non è una crisi adolescenziale destinata a riassorbirsi. È un disagio che si consolida proprio nel momento in cui arrivano le aspettative vere — il lavoro, l’autonomia, il progetto di vita. Quando smetti di essere un ragazzo e devi diventare adulto, e ti accorgi che il Paese non ti ha preparato nessun posto.
Il contrasto con gli over 66 è netto: tra gli anziani la quota di insoddisfatti scende al 22,6%. L’Italia sembra funzionare meglio per chi ha già vissuto che per chi deve ancora cominciare. Non è un paradosso statistico — è una scelta politica e culturale di cui nessuno sembra voler parlare.
Il disagio dei giovani italiani non ha ancora trovato né le parole né la piazza giusta. Ma esiste, ed è misurabile.
I dati sono tratti dal Terzo Rapporto Eikon sulla Sostenibilità Sociale (FrancoAngeli, 2026), Tab. 13 — campione di 2.000 intervistati tra 16 e 80 anni.
👉 Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale — Eikon SC

La legge nazionale sui caregiver è arrivata alla Camera. Il Veneto l’aveva già anticipata con una norma regionale. Il tema esiste, finalmente — ma i giovani caregiver restano fuori dalla narrazione istituzionale, come se non ci fossero. Come se il caregiving fosse una faccenda da adulti, da over 50, da famiglie già sistemate. Invece no.
Hanno tra i 18 e i 30 anni. Studiano, lavorano. E ogni giorno si prendono cura di una persona cara — un nonno con una patologia cronica, un genitore con una disabilità, qualcuno che non riesce a farcela da solo. Il 72% dedica da 1 a 5 ore al giorno all’assistenza. Il 32% lo fa da oltre tre anni. Non è un episodio. È una parte strutturale della loro vita, spesso invisibile anche a loro stessi — perché nessuno gli ha mai detto che esiste una parola per quello che fanno.
Eikon Strategic Consulting ha realizzato per Fondazione MSD la prima indagine qualitativa e quantitativa nazionale su questo fenomeno: 115 giovani intervistati in 17 regioni italiane, età media 25 anni. Un campione piccolo ma denso, costruito per dare voce a una popolazione che non ne ha mai avuta.
I dati che emergono sono precisi e scomodi. L’82% chiede un riconoscimento istituzionale del proprio ruolo. Solo il 36% ritiene adeguato il supporto sanitario attuale. Il 55% sceglie di prendersi cura per affetto, non per obbligo — ma il 66% considera quel ruolo molto impegnativo. Non c’è contraddizione: si può scegliere qualcosa con amore e portarne comunque il peso.
Quando si chiede loro di descrivere la propria esperienza in una parola, la prima che viene fuori è amore. Subito dopo: pazienza, tristezza, fatica, ansia. È una mappa emotiva che dice tutto — e che il dibattito pubblico, fino ad oggi, ha scelto di non guardare.
L'indagine qualitativa e quantitativa sui giovani caregiver italiani, realizzata da Eikon Strategic Consulting in collaborazione con le principali reti di Associazioni di Pazienti, promossa da Fondazione MSD in occasione dei suoi primi vent’anni di attività, è raccontata nel volume "Salute, Benessere e Sostenibilità. Terzo Rapporto sulla Sostenibilità sociale" edito da FrancoAngeli.
👉 Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale — Eikon SC

Tra i 16 e i 19 anni, nel pieno della vitalità, il 40,5% dei giovani italiani ha paura per il proprio corpo — il dato più alto di tutte le fasce d'età. È quanto emerge dal Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, un'indagine su 2.000 italiani tra i 16 e gli 80 anni.
Lo psicoanalista Enrico Pozzi, co-autore e curatore della parte interpretativa del Rapporto, chiama questo stato "malinconia dei corpi": una vulnerabilità strisciante, né catastrofe né vitalità, un corpo vissuto come problema prima ancora che come risorsa. Non è disagio acuto — è un'insoddisfazione di fondo, silenziosa, che accompagna i giovani nell'età in cui il corpo dovrebbe essere vissuto con più libertà e vitalità travolgente.
Le paure per la salute degli adolescenti confermano questo quadro. Rispetto alla media del campione, i 16-19enni mostrano una sensibilità sproporzionata su tre voci: la malattia mentale li preoccupa al 10,4% contro il 7,1% del totale; la paura degli incidenti è più che doppia (5,7% vs 2,5%); l'anoressia e il peso eccessivo pesano al 4,7% contro il 3,6% medio. Il tumore — prima paura assoluta del campione — è invece l'unica voce significativamente sotto media tra gli adolescenti (17,9% vs 23,9%): come se le grandi malattie croniche fossero ancora lontane dal loro immaginario, mentre le minacce legate all'identità corporea e alla fragilità psicologica siano già vicinissime.
Il corpo, nell'età in cui dovrebbe essere più libero e vitale in modo dirompente, è già diventato un'ossessione da controllare.
👉 Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale — Eikon SC

Il New York Times lo racconta con toni entusiasti: ricerche presentate all'Alzheimer's Association International Conference di Londra suggeriscono che un semplice esame del sangue potrebbe diagnosticare l'Alzheimer fino a 10 anni prima della comparsa dei sintomi cognitivi. Nei test, l'accuratezza diagnostica dei medici di base è migliorata dal 62% all'88% quando disponevano dei risultati del blood test. Per le persone sane e asintomatiche, livelli elevati di p-tau217 nel sangue sarebbero associati a un rischio del 38% di sviluppare deterioramento cognitivo nei successivi cinque anni, e del 78% nei successivi dieci.
È una notizia straordinaria. Ma va accolta con prudenza, e lo dicono gli stessi ricercatori. I falsi positivi si verificano circa nel 10% dei casi, soprattutto in presenza di malattie renali croniche. Non esiste ancora una terapia per i pazienti asintomatici. E i test non sono ancora raccomandati per chi non mostra sintomi. Siamo di fronte a una promessa potente, non ancora a una certezza clinica.
Cosa ci dicono gli italiani
Il grafico qui sotto mostra solo tre voci — non per semplificare, ma per raccontare una contraddizione. Gli italiani temono l'invecchiamento (18,6%) quasi quanto il tumore (23,9%). Eppure l'Alzheimer e il Parkinson — patologie croniche strettamente associate all'età avanzata — raccolgono solo il 5,3% delle preoccupazioni. Come se il processo e alcune delle sue conseguenze più temute vivessero in due immaginari separati.
La differenza di genere aggiunge un ulteriore livello di lettura. Sono le donne a preoccuparsi di più sia del tumore (26,3% vs 21,4% degli uomini) che dell'Alzheimer/Parkinson (5,8% vs 4,8%). Gli uomini invece temono di più l'invecchiamento in sé (21,6% vs 15,7%). Due mappe della paura diverse: le donne guardano alla malattia concreta, gli uomini al declino come condizione. Una distinzione che non è solo psicologica, è culturale, e dovrebbe orientare le politiche di prevenzione e comunicazione della salute.
Sono dati che emergono dal Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, un'indagine su 2.000 italiani dai 16 agli 80 anni.
Le implicazioni per il welfare
Se la scoperta presentata a Londra si confermasse attendibile, le implicazioni andrebbero ben oltre la medicina. Sapere con 10 anni di anticipo significherebbe anticipare di un decennio l'ingresso nel ruolo di cura, per i familiari, per i caregiver, per le aziende. Prendiamo, solo per citare un esempio, i giovani caregiver italiani — quelli che già oggi assistono genitori e nonni con patologie croniche e disabilità cognitive — sono già invisibili e privi di riconoscimento istituzionale. Una diagnosi precoce allungherebbe quel percorso: più tempo per prepararsi, ma anche più anni di carico invisibile.
Le domande che il welfare aziendale e le politiche sociali dovranno affrontare sono già sul tavolo: come si supporta chi riceve una diagnosi precoce? Come si ripensa il lavoro, la previdenza, la cura? Come si evita che la conoscenza anticipata del rischio diventi un nuovo fattore di disuguaglianza, tra chi può permettersi il test e chi no?
Sono solo alcuni degli interrogativi da porsi. Il futuro della sostenibilità sociale passa anche da qui.
👉 Leggi l'articolo completo sul NYT

È stata l'estate più calda mai registrata in Europa occidentale: quattro ondate di calore, più di 430mila ettari di bosco bruciati, decine di migliaia di vittime. E per la prima volta un rapporto ONU certifica quello che i dati suggerivano da tempo: il superamento della soglia degli 1,5°C fissata dall'Accordo di Parigi è ormai «inevitabile». I governi hanno fallito l'obiettivo. La crisi climatica non è più un rischio futuro: è il presente.
In questo contesto di urgenza crescente, la domanda sull'energia torna al centro del dibattito pubblico. E qualcosa, nell'opinione dei giovani italiani, si sta muovendo, almeno sul nucleare.
I 20-29enni: la fascia più favorevole
Il Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC ha posto a 2.000 italiani dai 16 ai 65+ anni questa domanda: "Pensi che il nucleare sia una soluzione positiva per il nostro bisogno di energia?" Sul totale del campione, i favorevoli — abbastanza e molto — si fermano al 49,4%, in sostanziale parità con i contrari (50,5%). Un Paese spaccato a metà.
Ma guardando le fasce giovanili il quadro si fa più interessante. Sono i 20-29enni la fascia più favorevole di tutto il campione: il 56,7% si dice abbastanza o molto favorevole, con un 20,2% che si dichiara molto favorevole — il dato più alto tra tutte le fasce d'età. E soprattutto: solo il 12,5% si dice per niente favorevole, il valore più basso dell'intero campione. Meno ostilità, meno indifferenza.
I 16-19enni mostrano un profilo diverso: più incerti, con una quota di "per niente favorevoli" (24,5%) superiore alla media del campione (21,8%) e una quota di "molto favorevoli" più bassa (13,2%). I 30-41enni, invece, sono la fascia con la quota più alta di "abbastanza favorevoli" (39,2%) ma con il minor numero di "molto favorevoli" (10,8%) — una apertura pragmatica, meno convinta.
Una evoluzione di immaginario
Nel 1987, 8 italiani su 10 avevano votato per l'eliminazione dei programmi nucleari — un rifiuto nato da circostanze contingenti come Chernobyl, ma anche da qualcosa di più profondo: le rappresentazioni sociali del nucleare sono da sempre popolate di metafore, proiezioni, aspettative magiche e frammenti di realtà mescolati insieme, in una nebulosa semantica che ha sempre reso difficile una valutazione sobria di questa tecnologia.
Per decenni, scrivono gli autori del Rapporto, la società italiana ne ha coltivato i "fantasmi negativi e apocalittici". Ora sembra averne invertito il segno. Non è ancora una scelta consapevole e informata. È un'evoluzione di immaginario — e come tale va letta: un segnale di come stia cambiando il terreno culturale su cui le decisioni energetiche del futuro verranno prese.
👉 Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale — Eikon SC

Più della metà degli americani ha smesso di postare sui social negli ultimi cinque anni. Il 55% è diventato più selettivo su cosa condividere e con chi. E il 52% ammette che mantenere una presenza online sembra ormai un lavoro, non un piacere. Tra i Gen Z la percentuale sale al 60%. Sono i dati di una ricerca Incogni condotta su un campione di 1.000 americani a giugno 2026, e i segnali che arrivano dagli Stati Uniti raramente restano lì.
Cosa sta succedendo? Gli algoritmi hanno trasformato i feed da spazi di relazione a flussi di contenuto sponsorizzato, video suggeriti, rumore. Gli aggiornamenti delle persone reali vengono sepolti. Il 44% degli intervistati indica la politicizzazione crescente dei contenuti come fattore di allontanamento, tra i Gen Z sale al 48%. La metà degli utenti potrebbe abbandonare una piattaforma per ragioni di sicurezza, quasi la metà per episodi di odio o molestie. Il doomscrolling — lo scorrimento ossessivo di contenuti negativi — è citato come minaccia concreta alla salute mentale.
Il paradosso è chiaro: i social non sono più percepiti come luoghi di connessione, ma come ambienti ansiogeni, faticosi, politicamente tossici. Eppure la maggior parte degli utenti non li abbandona del tutto, perché la paura di perdersi qualcosa (FOMO) e il disagio da disconnessione sono reali quanto la stanchezza digitale.
Per i brand, questo scenario cambia tutto
Presidiare i social inseguendo la mera logica del broadcasting non funziona più in un contesto dove gli utenti sono stanchi, selettivi e diffidenti. La domanda non è se esserci, ma come esserci: con quale voce, con quale ascolto, con quale capacità di costruire relazioni autentiche invece di amplificare rumore.
È esattamente questa trasformazione che Top in Social Media Management — la prima certificazione italiana che valuta in modo scientifico la qualità della presenza social di aziende e organizzazioni — ha messo al centro del proprio osservatorio. Perché il futuro appartiene ai brand che sanno dialogare meglio.
👉 Scopri Top in Social Media Management

I numeri sono ben noti. Nel 2025 in Italia sono nati solo 355mila bambini — il minimo storico — con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, il più basso d'Europa insieme alla Spagna. Oltre un terzo delle famiglie è oggi unipersonale (37,1%), mentre le coppie con figli sono crollate al 28,4% del totale (ISTAT, 2026).
Ma dietro questi numeri c'è qualcosa che la statistica - né il dibattito pubblico - non catturano: il dolore individuale di chi affronta l'infertilità. Un dolore che raramente trova spazio nell'agenda sociale, che fatica a diventare narrazione collettiva, che si porta spesso da soli — tra percorsi di procreazione medicalmente assistita, aspettative infrante, silenzi in famiglia e isolamento sociale.
È esattamente questo vuoto che ParoleFertili.it ha deciso di riempire.
Nato da un'idea di Eikon SC in collaborazione con il Center for Digital Health Humanities, è il primo sito italiano di storysharing dedicato all'infertilità: una piattaforma dove donne e uomini possono raccontarsi senza filtri — anche in forma anonima — condividendo scelte, dubbi, paure e aspettative con chi sta affrontando lo stesso viaggio. In dieci anni la community è cresciuta fino a 40mila persone sui social, e le narrazioni pubblicate hanno raggiunto oggi quota 600.
Il successo di ParoleFertili non è casuale. La scrittura e la condivisione narrativa sono strumenti terapeutici riconosciuti dalla ricerca scientifica internazionale: uno studio dell'OMS ha analizzato oltre 3.000 ricerche confermando il ruolo delle arti — compresa la scrittura — nella gestione di condizioni cliniche difficili, dall'infertilità al lutto (Fancourt & Finn, WHO Regional Office for Europe). Raccontarsi non è sfogo: è cura. Ed è anche un'arma contro la solitudine, quella stessa solitudine che i dati ISTAT fotografano in tutta la sua dimensione sociale.
Perché il calo delle nascite non è solo un problema demografico. È anche la storia di chi ha provato ad avere un figlio e non ci è riuscito, e di quanto poco spazio quella storia trovi fuori dalle mura di casa.
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(Nell'immagine, una delle storie di Parole Fertili)
L'ondata di caldo record di giugno ha causato almeno 14mila decessi in eccesso in tutta Europa occidentale, secondo i dati EuroMoMo. Eppure il Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC restituisce un Paese che, di fronte all'emergenza climatica, sceglie di guardare dentro di sé.
Tra le priorità dell'Agenda 2030, la conoscenza degli obiettivi è in calo rispetto all'anno precedente: solo il 28% ne conosce davvero i contenuti, mentre il 46% ne ha sentito parlare senza sapere cosa prevede. E i temi ambientali perdono terreno: città sostenibili raccoglie il 20% delle preferenze, consumo responsabile appena il 15,3%. Al loro posto salgono salute e benessere personale (48,4%) e povertà (49%). La sostenibilità si è fatta individuale. È diventata una questione di "me", non di "noi".
Il paradosso generazionale
È guardando le fasce d'età che il quadro si complica e si fa più inquietante. Ci si aspetterebbe che i giovani, la generazione più esposta alle conseguenze del cambiamento climatico, siano i più sensibili agli obiettivi ambientali. I dati dicono il contrario.
Sul consumo responsabile, i 16-19enni toccano il minimo assoluto: solo il 6,6%, contro una media nazionale del 15,3%. I 20-29enni non vanno molto meglio: 10,3%. Sono le fasce più lontane dall'idea che cambiare i propri comportamenti di consumo sia una priorità. Sulle città sostenibili, i 20-29enni si fermano al 13,5% — il dato più basso di tutte le fasce d'età, sotto la media del 20%.
A cosa si rivolgono invece i giovani? Alla propria salute. I 16-19enni citano salute e benessere al 51,9%, i 20-29enni al 50,2% — entrambi sopra la media nazionale. Il ripiegamento sul "me" è più accentuato proprio nelle generazioni che avrebbero più da guadagnare da un progetto collettivo ambizioso. Tuttavia, senza soggetti sociali credibili capaci di trasformare la consapevolezza in azione, il rischio è tendere a ripiegare su ciò che sente controllabile: il proprio corpo, la propria salute, la propria vita immediata.
Il clima come minaccia, non come progetto
Il 67% degli italiani teme il clima. Il 92% riconosce il legame tra salute umana e salute ambientale. Ma la consapevolezza non diventa azione collettiva — e i dati sulle priorità dell'Agenda 2030 lo confermano con precisione. L'ambiente rimane, come si legge nel Rapporto, "importante ma come paura più che come progetto."
Con 40 gradi oggi e 14mila morti in più in Europa il mese scorso, quella distanza tra paura e progetto ha un costo che iniziamo a misurare.
Questi dati emergono dal Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, un'indagine su 2.000 italiani dai 16 ai 65+ anni.

Enrico Giovannini, Direttore Scientifico dell'ASviS - Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile, non usa mezze misure: gli obiettivi dell'Agenda 2030 non verranno centrati. Non è catastrofismo, è una valutazione sistemica. Guardando al 2050, la parola chiave diventa coerenza, perché senza un approccio che coordini davvero politiche ambientali, sociali ed economiche, ogni singolo intervento rischia di essere vanificato dagli altri.
Giovannini ha portato questa analisi alla presentazione del Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, chiudendo con una proposta che viene da lontano, dal Nobel per l'economia Edmund Phelps: è tempo di abbandonare il modello dell'Homo economicus, l'individuo che massimizza solo il proprio profitto, per costruire quello dell'Homo innovans, capace di innovare non solo in senso tecnologico ma anche sociale, culturale e relazionale.
Nell'intervento integrale Giovannini tocca sei temi che definiscono il perimetro della sostenibilità oggi. La sostenibilità sociale è viva, ma si trasforma: non scompare, cambia forma e priorità. La dimensione sociale resta la più difficile da misurare — e ciò che non si misura fatica a diventare politica. Le tensioni sociali crescono, e con esse il fascino dell'autocrazia come risposta semplice a problemi complessi. Salute mentale, eco-ansia e intelligenza artificiale ridisegnano il benessere individuale e collettivo in modi che le politiche pubbliche faticano ancora ad intercettare. I giovani restano l'opportunità politica più sottovalutata. E il messaggio finale è lapidario: "L'alternativa a un mondo sostenibile è un mondo insostenibile."

