Enrico Giovannini, Direttore Scientifico dell'ASviS - Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile, non usa mezze misure: gli obiettivi dell'Agenda 2030 non verranno centrati. Non è catastrofismo, è una valutazione sistemica. Guardando al 2050, la parola chiave diventa coerenza, perché senza un approccio che coordini davvero politiche ambientali, sociali ed economiche, ogni singolo intervento rischia di essere vanificato dagli altri.
Giovannini ha portato questa analisi alla presentazione del Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, chiudendo con una proposta che viene da lontano, dal Nobel per l'economia Edmund Phelps: è tempo di abbandonare il modello dell'Homo economicus, l'individuo che massimizza solo il proprio profitto, per costruire quello dell'Homo innovans, capace di innovare non solo in senso tecnologico ma anche sociale, culturale e relazionale.
Nell'intervento integrale Giovannini tocca sei temi che definiscono il perimetro della sostenibilità oggi. La sostenibilità sociale è viva, ma si trasforma: non scompare, cambia forma e priorità. La dimensione sociale resta la più difficile da misurare — e ciò che non si misura fatica a diventare politica. Le tensioni sociali crescono, e con esse il fascino dell'autocrazia come risposta semplice a problemi complessi. Salute mentale, eco-ansia e intelligenza artificiale ridisegnano il benessere individuale e collettivo in modi che le politiche pubbliche faticano ancora ad intercettare. I giovani restano l'opportunità politica più sottovalutata. E il messaggio finale è lapidario: "L'alternativa a un mondo sostenibile è un mondo insostenibile."
Sono 5,5 milioni le microimprese in Italia e rappresentano il 30% del PIL. Eppure il volume dei prestiti bancari loro dedicati è crollato del 37% tra il 2011 e il 2024, secondo i dati del Libro bianco sul credito alle micro e piccole imprese. Invisibili al credito, spesso invisibili anche ai mercati.
Sui social, quella invisibilità si può cambiare. Per i brand, la partita diventa vincente quando smettono di trasmettere e iniziano a dialogare, trasformando il capitale conversazionale in capitale reputazionale. Vale per le grandi aziende, vale ancora di più per le piccole imprese.
È uno dei temi al centro di Top in Social Media Management, la prima certificazione italiana che valuta in modo scientifico la qualità della presenza nei social media di aziende e organizzazioni. La prima edizione è stata moderata dal giornalista Giampaolo Colletti.
L'osservatorio di Eikon SC Top in Social Media Management ha monitorato 151 brand su Facebook in sette settori — assicurativo, automotive, cosmetico, energetico, farmaceutico, GDO e telco — costruendo un Index che misura frequenza di pubblicazione, crescita dei follower, engagement, rapporto tra paid e organico, community openness e community mood. Due i filtri d'ingresso: la vitalità del canale e la propensione al dialogo. Chi blocca i commenti è automaticamente escluso dalla certificazione.
I dati restituiscono un panorama articolato. È il settore energetico a guidare per tasso di eccellenza — 7 aziende su 10 certificate — e per crescita delle community (+5% nell'ultimo anno). La frequenza di pubblicazione varia molto: cosmetica e GDO pubblicano in media 4,5 post a settimana, il farmaceutico si ferma a 1,7. Ma i volumi non raccontano tutto: chi cancella più commenti non ha necessariamente community più serene. Come ha sottolineato Paola Aragno, Vice Presidente di Eikon SC, quello che fa la differenza non è il settore, è il modello di presenza scelto dal brand.
Otto le aziende premiate per aver ottenuto la certificazione su più canali: Eni, Edison, Hera, IBSA, Iren, Tim, Zurich Bank e Zurich Italia. La loro scelta comune, al di là di settori e piattaforme diverse, è una sola: trattare i social come spazio di relazione, non di trasmissione.
Sono invisibili, eppure presenti ogni giorno. Hanno tra i 18 e i 30 anni, sono nel pieno della formazione o ai primi passi nel mondo del lavoro, e si prendono cura di un familiare con malattia o disabilità: tra 7 e 35 ore la settimana, il 59% da oltre un anno, il 32% da oltre tre. Una responsabilità quotidiana e pluriennale che ridefinisce progetti, priorità e libertà personale.
È il quadro che emerge dalla prima ricerca italiana sul caregiving giovanile, realizzata da Eikon Strategic Consulting Italia insieme a cinque Associazioni di Pazienti — APMAR, Cittadinanzattiva, F.A.V.O., Salute Donna e Salute Uomo, Young Care Italia — in 17 regioni, coinvolgendo centinaia di giovani. Il 55% assiste il proprio caro per affetto. Ma 8 su 10 chiedono con urgenza il riconoscimento sociale e istituzionale del loro ruolo: per essere visti, e per riappropriarsi della propria vita.
Per accendere un faro su questo iceberg sociale, Fondazione MSD — nell'ambito dei suoi primi 20 anni di attività — ha ideato Impressions of Humanity: un progetto in cui i risultati della ricerca diventano opere d'arte originali, realizzate dagli studenti della RUFA – Rome University of Fine Art con il supporto dell'intelligenza artificiale. Una nuova forma di narrazione che trasforma dati e vissuti in immagini, esposte alla Fondazione Pastificio Cerere e alla Rome Art Week.
Il progetto ha appena ricevuto la Menzione Speciale Wellbeing in Arts alla XIII Edizione del Premio Cultura + Impresa 2025 — il più importante riconoscimento italiano dedicato ai progetti che fanno dialogare cultura e impresa — per la sua capacità di integrare arte, benessere e inclusione sociale.
Ma oltre il riconoscimento, conta il segnale. Come sottolineano le Associazioni di Pazienti partner del progetto, la narrazione che emerge dalla ricerca contrasta con un evidente gap istituzionale: manca ancora una normativa nazionale adeguata, i percorsi di riconoscimento regionale sono frammentati, e il fenomeno resta largamente assente dal dibattito pubblico. Dare finalmente un nome e un volto ai giovani caregiver — attraverso i dati, l'arte e la tecnologia — è il primo passo per trasformare un bisogno invisibile in una priorità collettiva.
Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte in Italia, responsabili del 30,9% di tutti i decessi (ISS, 2022). Eppure, alla domanda "in quali parti del tuo corpo ti senti più fragile?", il cuore raccoglie solo il 12,3% delle risposte degli italiani. Un dato che, da solo, racconta molto. Ma è guardando dentro quel numero che emergono le contraddizioni più interessanti.
Le donne sottovalutano il cuore più degli uomini. Solo il 10,2% delle intervistate cita l'area cardiovascolare come zona di fragilità, contro il 14,6% degli uomini. Un divario che non è una sorpresa per chi conosce la letteratura medica: la cardiologia ha storicamente costruito i propri modelli sul corpo maschile, e lo stereotipo del "cuore come problema degli uomini" è duro a morire, anche tra le donne stesse.
I giovani sono i più disattenti, ma non per le ragioni che si potrebbe pensare. I giovani tra i 20 e i 41 anni registrano i valori più bassi (10,5-10,6%): un dato che si spiega in parte con il senso fisiologico di invulnerabilità tipico di quella fase della vita, in parte con uno stereotipo culturale duro a morire, quello del cuore come "problema degli anziani". Il picco oltre i 66 anni (17,2%) sembra dargli ragione. Ma costruire consapevolezza cardiovascolare solo quando arrivano i primi segnali del corpo è, per definizione, prevenzione tardiva.
La geografia della disattenzione ha una anomalia. Il Nord-Est è il territorio dove il cuore preoccupa meno in assoluto: solo il 7,4%, contro il 15% del Centro e il 13,3% del Sud e Isole. Un dato che merita approfondimento: non è detto che meno paura significhi più prevenzione, potrebbe significare semplicemente meno consapevolezza.
Più istruzione, meno attenzione al cuore. Chi ha una laurea o un titolo post-laurea cita il cuore come area fragile nell'11% dei casi, contro il 13,2% di chi si è fermato al diploma. Un paradosso solo apparente: l'istruzione superiore tende ad associarsi a stili di vita più attivi e a una percezione di minore vulnerabilità fisica — che può tradursi, però, in sottovalutazione del rischio cardiovascolare.
Questi dati emergono dal Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, un'indagine su 2.000 italiani dai 16 ai 65+ anni. Gli italiani iniziano a preoccuparsi del cuore esattamente quando il rischio cardiovascolare diventa già alto. Prima, silenzio.


