8 settembre 2026

Il New York Times lo racconta con toni entusiasti: ricerche presentate all'Alzheimer's Association International Conference di Londra suggeriscono che un semplice esame del sangue potrebbe diagnosticare l'Alzheimer fino a 10 anni prima della comparsa dei sintomi cognitivi. Nei test, l'accuratezza diagnostica dei medici di base è migliorata dal 62% all'88% quando disponevano dei risultati del blood test. Per le persone sane e asintomatiche, livelli elevati di p-tau217 nel sangue sarebbero associati a un rischio del 38% di sviluppare deterioramento cognitivo nei successivi cinque anni, e del 78% nei successivi dieci.

È una notizia straordinaria. Ma va accolta con prudenza, e lo dicono gli stessi ricercatori. I falsi positivi si verificano circa nel 10% dei casi, soprattutto in presenza di malattie renali croniche. Non esiste ancora una terapia per i pazienti asintomatici. E i test non sono ancora raccomandati per chi non mostra sintomi. Siamo di fronte a una promessa potente, non ancora a una certezza clinica.

Cosa ci dicono gli italiani

Il grafico qui sotto mostra solo tre voci — non per semplificare, ma per raccontare una contraddizione. Gli italiani temono l'invecchiamento (18,6%) quasi quanto il tumore (23,9%). Eppure l'Alzheimer e il Parkinson — patologie croniche strettamente associate all'età avanzata — raccolgono solo il 5,3% delle preoccupazioni. Come se il processo e alcune delle sue conseguenze più temute vivessero in due immaginari separati.

La differenza di genere aggiunge un ulteriore livello di lettura. Sono le donne a preoccuparsi di più sia del tumore (26,3% vs 21,4% degli uomini) che dell'Alzheimer/Parkinson (5,8% vs 4,8%). Gli uomini invece temono di più l'invecchiamento in sé (21,6% vs 15,7%). Due mappe della paura diverse: le donne guardano alla malattia concreta, gli uomini al declino come condizione. Una distinzione che non è solo psicologica, è culturale, e dovrebbe orientare le politiche di prevenzione e comunicazione della salute.

Sono dati che emergono dal Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, un'indagine su 2.000 italiani dai 16 agli 80 anni.

Le implicazioni per il welfare

Se la scoperta presentata a Londra si confermasse attendibile, le implicazioni andrebbero ben oltre la medicina. Sapere con 10 anni di anticipo significherebbe anticipare di un decennio l'ingresso nel ruolo di cura, per i familiari, per i caregiver, per le aziende. Prendiamo, solo per citare un esempio, i giovani caregiver italiani — quelli che già oggi assistono genitori e nonni con patologie croniche e disabilità cognitive — sono già invisibili e privi di riconoscimento istituzionale. Una diagnosi precoce allungherebbe quel percorso: più tempo per prepararsi, ma anche più anni di carico invisibile.

Le domande che il welfare aziendale e le politiche sociali dovranno affrontare sono già sul tavolo: come si supporta chi riceve una diagnosi precoce? Come si ripensa il lavoro, la previdenza, la cura? Come si evita che la conoscenza anticipata del rischio diventi un nuovo fattore di disuguaglianza, tra chi può permettersi il test e chi no?

Sono solo alcuni degli interrogativi da porsi. Il futuro della sostenibilità sociale passa anche da qui.

👉 Leggi l'articolo completo sul NYT

8 settembre 2026

È stata l'estate più calda mai registrata in Europa occidentale: quattro ondate di calore, più di 430mila ettari di bosco bruciati, decine di migliaia di vittime. E per la prima volta un rapporto ONU certifica quello che i dati suggerivano da tempo: il superamento della soglia degli 1,5°C fissata dall'Accordo di Parigi è ormai «inevitabile». I governi hanno fallito l'obiettivo. La crisi climatica non è più un rischio futuro: è il presente.

In questo contesto di urgenza crescente, la domanda sull'energia torna al centro del dibattito pubblico. E qualcosa, nell'opinione dei giovani italiani, si sta muovendo, almeno sul nucleare.

I 20-29enni: la fascia più favorevole

Il Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC ha posto a 2.000 italiani dai 16 ai 65+ anni questa domanda: "Pensi che il nucleare sia una soluzione positiva per il nostro bisogno di energia?" Sul totale del campione, i favorevoli — abbastanza e molto — si fermano al 49,4%, in sostanziale parità con i contrari (50,5%). Un Paese spaccato a metà.

Ma guardando le fasce giovanili il quadro si fa più interessante. Sono i 20-29enni la fascia più favorevole di tutto il campione: il 56,7% si dice abbastanza o molto favorevole, con un 20,2% che si dichiara molto favorevole — il dato più alto tra tutte le fasce d'età. E soprattutto: solo il 12,5% si dice per niente favorevole, il valore più basso dell'intero campione. Meno ostilità, meno indifferenza.

I 16-19enni mostrano un profilo diverso: più incerti, con una quota di "per niente favorevoli" (24,5%) superiore alla media del campione (21,8%) e una quota di "molto favorevoli" più bassa (13,2%). I 30-41enni, invece, sono la fascia con la quota più alta di "abbastanza favorevoli" (39,2%) ma con il minor numero di "molto favorevoli" (10,8%) — una apertura pragmatica, meno convinta.

Una evoluzione di immaginario

Nel 1987, 8 italiani su 10 avevano votato per l'eliminazione dei programmi nucleari — un rifiuto nato da circostanze contingenti come Chernobyl, ma anche da qualcosa di più profondo: le rappresentazioni sociali del nucleare sono da sempre popolate di metafore, proiezioni, aspettative magiche e frammenti di realtà mescolati insieme, in una nebulosa semantica che ha sempre reso difficile una valutazione sobria di questa tecnologia.

Per decenni, scrivono gli autori del Rapporto, la società italiana ne ha coltivato i "fantasmi negativi e apocalittici". Ora sembra averne invertito il segno. Non è ancora una scelta consapevole e informata. È un'evoluzione di immaginario — e come tale va letta: un segnale di come stia cambiando il terreno culturale su cui le decisioni energetiche del futuro verranno prese.

👉 Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale — Eikon SC

7 settembre 2026

Più della metà degli americani ha smesso di postare sui social negli ultimi cinque anni. Il 55% è diventato più selettivo su cosa condividere e con chi. E il 52% ammette che mantenere una presenza online sembra ormai un lavoro, non un piacere. Tra i Gen Z la percentuale sale al 60%. Sono i dati di una ricerca Incogni condotta su un campione di 1.000 americani a giugno 2026, e i segnali che arrivano dagli Stati Uniti raramente restano lì.

Cosa sta succedendo? Gli algoritmi hanno trasformato i feed da spazi di relazione a flussi di contenuto sponsorizzato, video suggeriti, rumore. Gli aggiornamenti delle persone reali vengono sepolti. Il 44% degli intervistati indica la politicizzazione crescente dei contenuti come fattore di allontanamento, tra i Gen Z sale al 48%. La metà degli utenti potrebbe abbandonare una piattaforma per ragioni di sicurezza, quasi la metà per episodi di odio o molestie. Il doomscrolling — lo scorrimento ossessivo di contenuti negativi — è citato come minaccia concreta alla salute mentale.

Il paradosso è chiaro: i social non sono più percepiti come luoghi di connessione, ma come ambienti ansiogeni, faticosi, politicamente tossici. Eppure la maggior parte degli utenti non li abbandona del tutto, perché la paura di perdersi qualcosa (FOMO) e il disagio da disconnessione sono reali quanto la stanchezza digitale.

Per i brand, questo scenario cambia tutto

Presidiare i social inseguendo la mera logica del broadcasting non funziona più in un contesto dove gli utenti sono stanchi, selettivi e diffidenti. La domanda non è se esserci, ma come esserci: con quale voce, con quale ascolto, con quale capacità di costruire relazioni autentiche invece di amplificare rumore.

È esattamente questa trasformazione che Top in Social Media Management — la prima certificazione italiana che valuta in modo scientifico la qualità della presenza social di aziende e organizzazioni — ha messo al centro del proprio osservatorio. Perché il futuro appartiene ai brand che sanno dialogare meglio.

👉 Scopri Top in Social Media Management

21 luglio 2026

I numeri sono ben noti. Nel 2025 in Italia sono nati solo 355mila bambini — il minimo storico — con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, il più basso d'Europa insieme alla Spagna. Oltre un terzo delle famiglie è oggi unipersonale (37,1%), mentre le coppie con figli sono crollate al 28,4% del totale (ISTAT, 2026).

Ma dietro questi numeri c'è qualcosa che la statistica - né il dibattito pubblico - non catturano: il dolore individuale di chi affronta l'infertilità. Un dolore che raramente trova spazio nell'agenda sociale, che fatica a diventare narrazione collettiva, che si porta spesso da soli — tra percorsi di procreazione medicalmente assistita, aspettative infrante, silenzi in famiglia e isolamento sociale.

È esattamente questo vuoto che ParoleFertili.it ha deciso di riempire.

Nato da un'idea di Eikon SC in collaborazione con il Center for Digital Health Humanities, è il primo sito italiano di storysharing dedicato all'infertilità: una piattaforma dove donne e uomini possono raccontarsi senza filtri — anche in forma anonima — condividendo scelte, dubbi, paure e aspettative con chi sta affrontando lo stesso viaggio. In dieci anni la community è cresciuta fino a 40mila persone sui social, e le narrazioni pubblicate hanno raggiunto oggi quota 600.

Il successo di ParoleFertili non è casuale. La scrittura e la condivisione narrativa sono strumenti terapeutici riconosciuti dalla ricerca scientifica internazionale: uno studio dell'OMS ha analizzato oltre 3.000 ricerche confermando il ruolo delle arti — compresa la scrittura — nella gestione di condizioni cliniche difficili, dall'infertilità al lutto (Fancourt & Finn, WHO Regional Office for Europe). Raccontarsi non è sfogo: è cura. Ed è anche un'arma contro la solitudine, quella stessa solitudine che i dati ISTAT fotografano in tutta la sua dimensione sociale.

Perché il calo delle nascite non è solo un problema demografico. È anche la storia di chi ha provato ad avere un figlio e non ci è riuscito, e di quanto poco spazio quella storia trovi fuori dalle mura di casa.

👉 Leggi le storie di ParoleFertili.it

(Nell'immagine, una delle storie di Parole Fertili)

20 luglio 2026

L'ondata di caldo record di giugno ha causato almeno 14mila decessi in eccesso in tutta Europa occidentale, secondo i dati EuroMoMo. Eppure il Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC restituisce un Paese che, di fronte all'emergenza climatica, sceglie di guardare dentro di sé.

Tra le priorità dell'Agenda 2030, la conoscenza degli obiettivi è in calo rispetto all'anno precedente: solo il 28% ne conosce davvero i contenuti, mentre il 46% ne ha sentito parlare senza sapere cosa prevede. E i temi ambientali perdono terreno: città sostenibili raccoglie il 20% delle preferenze, consumo responsabile appena il 15,3%. Al loro posto salgono salute e benessere personale (48,4%) e povertà (49%). La sostenibilità si è fatta individuale. È diventata una questione di "me", non di "noi".

Il paradosso generazionale

È guardando le fasce d'età che il quadro si complica e si fa più inquietante. Ci si aspetterebbe che i giovani, la generazione più esposta alle conseguenze del cambiamento climatico, siano i più sensibili agli obiettivi ambientali. I dati dicono il contrario.

Sul consumo responsabile, i 16-19enni toccano il minimo assoluto: solo il 6,6%, contro una media nazionale del 15,3%. I 20-29enni non vanno molto meglio: 10,3%. Sono le fasce più lontane dall'idea che cambiare i propri comportamenti di consumo sia una priorità. Sulle città sostenibili, i 20-29enni si fermano al 13,5% — il dato più basso di tutte le fasce d'età, sotto la media del 20%.

A cosa si rivolgono invece i giovani? Alla propria salute. I 16-19enni citano salute e benessere al 51,9%, i 20-29enni al 50,2% — entrambi sopra la media nazionale. Il ripiegamento sul "me" è più accentuato proprio nelle generazioni che avrebbero più da guadagnare da un progetto collettivo ambizioso. Tuttavia, senza soggetti sociali credibili capaci di trasformare la consapevolezza in azione, il rischio è tendere a ripiegare su ciò che sente controllabile: il proprio corpo, la propria salute, la propria vita immediata.

Il clima come minaccia, non come progetto

Il 67% degli italiani teme il clima. Il 92% riconosce il legame tra salute umana e salute ambientale. Ma la consapevolezza non diventa azione collettiva — e i dati sulle priorità dell'Agenda 2030 lo confermano con precisione. L'ambiente rimane, come si legge nel Rapporto, "importante ma come paura più che come progetto."

Con 40 gradi oggi e 14mila morti in più in Europa il mese scorso, quella distanza tra paura e progetto ha un costo che iniziamo a misurare.

 

Questi dati emergono dal Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, un'indagine su 2.000 italiani dai 16 ai 65+ anni.

 

7 luglio 2026

Enrico Giovannini, Direttore Scientifico dell'ASviS - Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile, non usa mezze misure: gli obiettivi dell'Agenda 2030 non verranno centrati. Non è catastrofismo, è una valutazione sistemica. Guardando al 2050, la parola chiave diventa coerenza, perché senza un approccio che coordini davvero politiche ambientali, sociali ed economiche, ogni singolo intervento rischia di essere vanificato dagli altri.

Giovannini ha portato questa analisi alla presentazione del Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, chiudendo con una proposta che viene da lontano, dal Nobel per l'economia Edmund Phelps: è tempo di abbandonare il modello dell'Homo economicus, l'individuo che massimizza solo il proprio profitto, per costruire quello dell'Homo innovans, capace di innovare non solo in senso tecnologico ma anche sociale, culturale e relazionale.

Nell'intervento integrale Giovannini tocca sei temi che definiscono il perimetro della sostenibilità oggi. La sostenibilità sociale è viva, ma si trasforma: non scompare, cambia forma e priorità. La dimensione sociale resta la più difficile da misurare — e ciò che non si misura fatica a diventare politica. Le tensioni sociali crescono, e con esse il fascino dell'autocrazia come risposta semplice a problemi complessi. Salute mentale, eco-ansia e intelligenza artificiale ridisegnano il benessere individuale e collettivo in modi che le politiche pubbliche faticano ancora ad intercettare. I giovani restano l'opportunità politica più sottovalutata. E il messaggio finale è lapidario: "L'alternativa a un mondo sostenibile è un mondo insostenibile."

 

7 luglio 2026

Sono 5,5 milioni le microimprese in Italia e rappresentano il 30% del PIL. Eppure il volume dei prestiti bancari loro dedicati è crollato del 37% tra il 2011 e il 2024, secondo i dati del Libro bianco sul credito alle micro e piccole imprese. Invisibili al credito, spesso invisibili anche ai mercati.

Sui social, quella invisibilità si può cambiare. Per i brand, la partita diventa vincente quando smettono di trasmettere e iniziano a dialogare, trasformando il capitale conversazionale in capitale reputazionale. Vale per le grandi aziende, vale ancora di più per le piccole imprese.

È uno dei temi al centro di Top in Social Media Management, la prima certificazione italiana che valuta in modo scientifico la qualità della presenza nei social media di aziende e organizzazioni. La prima edizione è stata moderata dal giornalista Giampaolo Colletti.

L'osservatorio di Eikon SC Top in Social Media Management ha monitorato 151 brand su Facebook in sette settori — assicurativo, automotive, cosmetico, energetico, farmaceutico, GDO e telco — costruendo un Index che misura frequenza di pubblicazione, crescita dei follower, engagement, rapporto tra paid e organico, community openness e community mood. Due i filtri d'ingresso: la vitalità del canale e la propensione al dialogo. Chi blocca i commenti è automaticamente escluso dalla certificazione.

I dati restituiscono un panorama articolato. È il settore energetico a guidare per tasso di eccellenza — 7 aziende su 10 certificate — e per crescita delle community (+5% nell'ultimo anno). La frequenza di pubblicazione varia molto: cosmetica e GDO pubblicano in media 4,5 post a settimana, il farmaceutico si ferma a 1,7. Ma i volumi non raccontano tutto: chi cancella più commenti non ha necessariamente community più serene. Come ha sottolineato Paola Aragno, Vice Presidente di Eikon SC, quello che fa la differenza non è il settore, è il modello di presenza scelto dal brand.

Otto le aziende premiate per aver ottenuto la certificazione su più canali: Eni, Edison, Hera, IBSA, Iren, Tim, Zurich Bank e Zurich Italia. La loro scelta comune, al di là di settori e piattaforme diverse, è una sola: trattare i social come spazio di relazione, non di trasmissione.

 

6 luglio 2026

Sono invisibili, eppure presenti ogni giorno. Hanno tra i 18 e i 30 anni, sono nel pieno della formazione o ai primi passi nel mondo del lavoro, e si prendono cura di un familiare con malattia o disabilità: tra 7 e 35 ore la settimana, il 59% da oltre un anno, il 32% da oltre tre. Una responsabilità quotidiana e pluriennale che ridefinisce progetti, priorità e libertà personale.

È il quadro che emerge dalla prima ricerca italiana sul caregiving giovanile, realizzata da Eikon Strategic Consulting Italia insieme a cinque Associazioni di Pazienti — APMAR, Cittadinanzattiva, F.A.V.O., Salute Donna e Salute Uomo, Young Care Italia — in 17 regioni, coinvolgendo centinaia di giovani. Il 55% assiste il proprio caro per affetto. Ma 8 su 10 chiedono con urgenza il riconoscimento sociale e istituzionale del loro ruolo: per essere visti, e per riappropriarsi della propria vita.

Per accendere un faro su questo iceberg sociale, Fondazione MSD — nell'ambito dei suoi primi 20 anni di attività — ha ideato Impressions of Humanity: un progetto in cui i risultati della ricerca diventano opere d'arte originali, realizzate dagli studenti della RUFA – Rome University of Fine Art con il supporto dell'intelligenza artificiale. Una nuova forma di narrazione che trasforma dati e vissuti in immagini, esposte alla Fondazione Pastificio Cerere e alla Rome Art Week.

Il progetto ha appena ricevuto la Menzione Speciale Wellbeing in Arts alla XIII Edizione del Premio Cultura + Impresa 2025 — il più importante riconoscimento italiano dedicato ai progetti che fanno dialogare cultura e impresa — per la sua capacità di integrare arte, benessere e inclusione sociale.
Ma oltre il riconoscimento, conta il segnale. Come sottolineano le Associazioni di Pazienti partner del progetto, la narrazione che emerge dalla ricerca contrasta con un evidente gap istituzionale: manca ancora una normativa nazionale adeguata, i percorsi di riconoscimento regionale sono frammentati, e il fenomeno resta largamente assente dal dibattito pubblico. Dare finalmente un nome e un volto ai giovani caregiver — attraverso i dati, l'arte e la tecnologia — è il primo passo per trasformare un bisogno invisibile in una priorità collettiva.

2 luglio 2026

Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte in Italia, responsabili del 30,9% di tutti i decessi (ISS, 2022). Eppure, alla domanda "in quali parti del tuo corpo ti senti più fragile?", il cuore raccoglie solo il 12,3% delle risposte degli italiani. Un dato che, da solo, racconta molto. Ma è guardando dentro quel numero che emergono le contraddizioni più interessanti.

Le donne sottovalutano il cuore più degli uomini. Solo il 10,2% delle intervistate cita l'area cardiovascolare come zona di fragilità, contro il 14,6% degli uomini. Un divario che non è una sorpresa per chi conosce la letteratura medica: la cardiologia ha storicamente costruito i propri modelli sul corpo maschile, e lo stereotipo del "cuore come problema degli uomini" è duro a morire, anche tra le donne stesse.

I giovani sono i più disattenti, ma non per le ragioni che si potrebbe pensare. I giovani tra i 20 e i 41 anni registrano i valori più bassi (10,5-10,6%): un dato che si spiega in parte con il senso fisiologico di invulnerabilità tipico di quella fase della vita, in parte con uno stereotipo culturale duro a morire, quello del cuore come "problema degli anziani". Il picco oltre i 66 anni (17,2%) sembra dargli ragione. Ma costruire consapevolezza cardiovascolare solo quando arrivano i primi segnali del corpo è, per definizione, prevenzione tardiva.

La geografia della disattenzione ha una anomalia. Il Nord-Est è il territorio dove il cuore preoccupa meno in assoluto: solo il 7,4%, contro il 15% del Centro e il 13,3% del Sud e Isole. Un dato che merita approfondimento: non è detto che meno paura significhi più prevenzione, potrebbe significare semplicemente meno consapevolezza.

Più istruzione, meno attenzione al cuore. Chi ha una laurea o un titolo post-laurea cita il cuore come area fragile nell'11% dei casi, contro il 13,2% di chi si è fermato al diploma. Un paradosso solo apparente: l'istruzione superiore tende ad associarsi a stili di vita più attivi e a una percezione di minore vulnerabilità fisica — che può tradursi, però, in sottovalutazione del rischio cardiovascolare.

Questi dati emergono dal Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, un'indagine su 2.000 italiani dai 16 ai 65+ anni. Gli italiani iniziano a preoccuparsi del cuore esattamente quando il rischio cardiovascolare diventa già alto. Prima, silenzio.