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L'ondata di caldo record di giugno ha causato almeno 14mila decessi in eccesso in tutta Europa occidentale, secondo i dati EuroMoMo. Eppure il Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC restituisce un Paese che, di fronte all'emergenza climatica, sceglie di guardare dentro di sé.
Tra le priorità dell'Agenda 2030, la conoscenza degli obiettivi è in calo rispetto all'anno precedente: solo il 28% ne conosce davvero i contenuti, mentre il 46% ne ha sentito parlare senza sapere cosa prevede. E i temi ambientali perdono terreno: città sostenibili raccoglie il 20% delle preferenze, consumo responsabile appena il 15,3%. Al loro posto salgono salute e benessere personale (48,4%) e povertà (49%). La sostenibilità si è fatta individuale. È diventata una questione di "me", non di "noi".
Il paradosso generazionale
È guardando le fasce d'età che il quadro si complica e si fa più inquietante. Ci si aspetterebbe che i giovani, la generazione più esposta alle conseguenze del cambiamento climatico, siano i più sensibili agli obiettivi ambientali. I dati dicono il contrario.
Sul consumo responsabile, i 16-19enni toccano il minimo assoluto: solo il 6,6%, contro una media nazionale del 15,3%. I 20-29enni non vanno molto meglio: 10,3%. Sono le fasce più lontane dall'idea che cambiare i propri comportamenti di consumo sia una priorità. Sulle città sostenibili, i 20-29enni si fermano al 13,5% — il dato più basso di tutte le fasce d'età, sotto la media del 20%.
A cosa si rivolgono invece i giovani? Alla propria salute. I 16-19enni citano salute e benessere al 51,9%, i 20-29enni al 50,2% — entrambi sopra la media nazionale. Il ripiegamento sul "me" è più accentuato proprio nelle generazioni che avrebbero più da guadagnare da un progetto collettivo ambizioso. Tuttavia, senza soggetti sociali credibili capaci di trasformare la consapevolezza in azione, il rischio è tendere a ripiegare su ciò che sente controllabile: il proprio corpo, la propria salute, la propria vita immediata.
Il clima come minaccia, non come progetto
Il 67% degli italiani teme il clima. Il 92% riconosce il legame tra salute umana e salute ambientale. Ma la consapevolezza non diventa azione collettiva — e i dati sulle priorità dell'Agenda 2030 lo confermano con precisione. L'ambiente rimane, come si legge nel Rapporto, "importante ma come paura più che come progetto."
Con 40 gradi oggi e 14mila morti in più in Europa il mese scorso, quella distanza tra paura e progetto ha un costo che iniziamo a misurare.
Questi dati emergono dal Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, un'indagine su 2.000 italiani dai 16 ai 65+ anni.

Sono invisibili, eppure presenti ogni giorno. Hanno tra i 18 e i 30 anni, sono nel pieno della formazione o ai primi passi nel mondo del lavoro, e si prendono cura di un familiare con malattia o disabilità: tra 7 e 35 ore la settimana, il 59% da oltre un anno, il 32% da oltre tre. Una responsabilità quotidiana e pluriennale che ridefinisce progetti, priorità e libertà personale.
È il quadro che emerge dalla prima ricerca italiana sul caregiving giovanile, realizzata da Eikon Strategic Consulting Italia insieme a cinque Associazioni di Pazienti — APMAR, Cittadinanzattiva, F.A.V.O., Salute Donna e Salute Uomo, Young Care Italia — in 17 regioni, coinvolgendo centinaia di giovani. Il 55% assiste il proprio caro per affetto. Ma 8 su 10 chiedono con urgenza il riconoscimento sociale e istituzionale del loro ruolo: per essere visti, e per riappropriarsi della propria vita.
Per accendere un faro su questo iceberg sociale, Fondazione MSD — nell'ambito dei suoi primi 20 anni di attività — ha ideato Impressions of Humanity: un progetto in cui i risultati della ricerca diventano opere d'arte originali, realizzate dagli studenti della RUFA – Rome University of Fine Art con il supporto dell'intelligenza artificiale. Una nuova forma di narrazione che trasforma dati e vissuti in immagini, esposte alla Fondazione Pastificio Cerere e alla Rome Art Week.
Il progetto ha appena ricevuto la Menzione Speciale Wellbeing in Arts alla XIII Edizione del Premio Cultura + Impresa 2025 — il più importante riconoscimento italiano dedicato ai progetti che fanno dialogare cultura e impresa — per la sua capacità di integrare arte, benessere e inclusione sociale.
Ma oltre il riconoscimento, conta il segnale. Come sottolineano le Associazioni di Pazienti partner del progetto, la narrazione che emerge dalla ricerca contrasta con un evidente gap istituzionale: manca ancora una normativa nazionale adeguata, i percorsi di riconoscimento regionale sono frammentati, e il fenomeno resta largamente assente dal dibattito pubblico. Dare finalmente un nome e un volto ai giovani caregiver — attraverso i dati, l'arte e la tecnologia — è il primo passo per trasformare un bisogno invisibile in una priorità collettiva.
Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte in Italia, responsabili del 30,9% di tutti i decessi (ISS, 2022). Eppure, alla domanda "in quali parti del tuo corpo ti senti più fragile?", il cuore raccoglie solo il 12,3% delle risposte degli italiani. Un dato che, da solo, racconta molto. Ma è guardando dentro quel numero che emergono le contraddizioni più interessanti.
Le donne sottovalutano il cuore più degli uomini. Solo il 10,2% delle intervistate cita l'area cardiovascolare come zona di fragilità, contro il 14,6% degli uomini. Un divario che non è una sorpresa per chi conosce la letteratura medica: la cardiologia ha storicamente costruito i propri modelli sul corpo maschile, e lo stereotipo del "cuore come problema degli uomini" è duro a morire, anche tra le donne stesse.
I giovani sono i più disattenti, ma non per le ragioni che si potrebbe pensare. I giovani tra i 20 e i 41 anni registrano i valori più bassi (10,5-10,6%): un dato che si spiega in parte con il senso fisiologico di invulnerabilità tipico di quella fase della vita, in parte con uno stereotipo culturale duro a morire, quello del cuore come "problema degli anziani". Il picco oltre i 66 anni (17,2%) sembra dargli ragione. Ma costruire consapevolezza cardiovascolare solo quando arrivano i primi segnali del corpo è, per definizione, prevenzione tardiva.
La geografia della disattenzione ha una anomalia. Il Nord-Est è il territorio dove il cuore preoccupa meno in assoluto: solo il 7,4%, contro il 15% del Centro e il 13,3% del Sud e Isole. Un dato che merita approfondimento: non è detto che meno paura significhi più prevenzione, potrebbe significare semplicemente meno consapevolezza.
Più istruzione, meno attenzione al cuore. Chi ha una laurea o un titolo post-laurea cita il cuore come area fragile nell'11% dei casi, contro il 13,2% di chi si è fermato al diploma. Un paradosso solo apparente: l'istruzione superiore tende ad associarsi a stili di vita più attivi e a una percezione di minore vulnerabilità fisica — che può tradursi, però, in sottovalutazione del rischio cardiovascolare.
Questi dati emergono dal Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC, un'indagine su 2.000 italiani dai 16 ai 65+ anni. Gli italiani iniziano a preoccuparsi del cuore esattamente quando il rischio cardiovascolare diventa già alto. Prima, silenzio.


