Materiali: giovani
«Il triste declino dell’Italia si misura anche così. Buon viaggio ragazze/i!!»
Vittorio Gallese, neuroscienziato di fama europea, ha commentato così i dati 2025 dello European Council of Doctoral Candidates and Junior Researchers (Eurodoc). Poche parole, nessuna retorica. Solo la lucidità amara di chi conosce dall’interno il sistema della ricerca italiana.
Il quadro europeo
Un dottorando italiano riceve 16.243 euro lordi l’anno. La Danimarca ne eroga 58.014, la Germania 55.557. Anche Francia e Spagna — Paesi con un costo della vita simile al nostro — superano l’Italia di circa 10.000 euro. Nel ranking europeo siamo sedicesimi su ventiquattro: davanti solo ai Paesi baltici e all’Europa centro-orientale.
Una questione di inquadramento, prima che di soldi
Il nodo non è solo economico. In molti Paesi del Nord Europa il dottorando ha un contratto di lavoro, con contributi e tutele. In Italia ha una borsa di studio, fissata per decreto. La differenza non è simbolica: definisce chi sei nel sistema — un lavoratore della conoscenza oppure ancora uno studente.
Chi ci guadagna
Un dottorando svolge ricerca, pubblica, insegna. Produce valore. Ma se il sistema non lo riconosce come tale, la scelta di andare altrove diventa semplicemente razionale. E gli investimenti pubblici nella sua formazione finiscono per avvantaggiare altri Paesi.
Vale la pena ricordarlo: a parità di potere d’acquisto il divario si riduce, ma non scompare. Rimane strutturale.
La domanda non è perché i ricercatori italiani se ne vadano. È perché dovrebbero restare.
Fonte: Eurodoc, dati 2025.

Milano, ottobre 2026. Vetrine rotte, scontri in piazza, fermati e denunce. Le immagini hanno fatto il giro dei media italiani ed europei. Il Guardian le ha rilanciate con un titolo che taglia corto: lost generation.
È facile liquidare tutto come vandalismo. È più difficile — e più onesto — chiedersi cosa ci sia sotto.
Il dato che cambia la prospettiva
Il Terzo Rapporto Eikon sulla Sostenibilità Sociale offre un punto di partenza inaspettato. Alla domanda “ti preoccupa il futuro del nostro Paese?”, solo l’1,9% dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni ha risposto “per niente”. È la percentuale più bassa di tutte le fasce d’età — più bassa dei trentenni, dei quarantenni, dei sessantenni.
Non sono ragazzi indifferenti. Sono ragazzi che non riescono a smettere di preoccuparsi. E non credono più nel futuro.
Il Rapporto lo chiama il fallimento di un patto generazionale. Una generazione a cui è stato chiesto di crescere, studiare, impegnarsi — con la promessa implicita di un futuro che li aspettasse. Una promessa che, nei fatti, non è stata mantenuta.
Le voci dalle periferie
I ragazzi delle periferie milanesi non usano il linguaggio della sociologia. Lo dicono direttamente all’ANSA: «Qui solo noia e povertà». Non è una provocazione. È una descrizione.
Il criminologo Marco Dugato dell’Università Cattolica legge quello che è successo a Milano non come un episodio di violenza gratuita, ma come «vari livelli di protesta per una politica e una società che sembra non pensare al loro futuro».
Non solo Milano
Sarebbe comodo pensare che Milano sia un caso isolato. Non lo è. La sfiducia nel futuro del Paese che i dati Eikon fotografano è distribuita su tutto il territorio nazionale, trasversale alle classi sociali, presente anche tra chi non scende in piazza e non fa notizia.
La maggior parte di questi ragazzi non protesta. Aspetta. Si adatta. Pianifica un futuro altrove — o smette di pianificare del tutto. Quella silenziosa è forse la forma di disagio più difficile da vedere, e la più costosa per il Paese nel lungo periodo.
La domanda che resta aperta
Le proteste passano. I dati restano. E raccontano una generazione che non ha smesso di voler credere nel futuro dell’Italia — ma che sta aspettando un segnale che ancora non arriva.
La domanda non è perché alcuni giovani scendano in strada. È cosa stiamo facendo, come società, per rispondere a chi ci sta dicendo — con i numeri o con le pietre — che il patto è rotto.
Fonte: Terzo Rapporto Eikon sulla Sostenibilità Sociale (FrancoAngeli, 2026).
Scopri di più 👉 Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale — Eikon SC

In Francia e Spagna i giovani sono in piazza. In Italia non succede nulla. Non c'è una narrazione condivisa. La quiete non è necessariamente calma — e i numeri lo confermano.
Il Terzo Rapporto Eikon sulla Sostenibilità Sociale prova a rispondere con i dati. Più di 1 giovane su 3 giudica insoddisfacente il proprio benessere psicologico. Tra i 16-19enni la quota sale al 36,8% — quasi il doppio della media nazionale. Il picco però è tra i 20-29enni: 38,1%, la quota più alta di tutte le fasce d’età. Non è una crisi adolescenziale destinata a riassorbirsi. È un disagio che si consolida proprio nel momento in cui arrivano le aspettative vere — il lavoro, l’autonomia, il progetto di vita. Quando smetti di essere un ragazzo e devi diventare adulto, e ti accorgi che il Paese non ti ha preparato nessun posto.
Il contrasto con gli over 66 è netto: tra gli anziani la quota di insoddisfatti scende al 22,6%. L’Italia sembra funzionare meglio per chi ha già vissuto che per chi deve ancora cominciare. Non è un paradosso statistico — è una scelta politica e culturale di cui nessuno sembra voler parlare.
Il disagio dei giovani italiani non ha ancora trovato né le parole né la piazza giusta. Ma esiste, ed è misurabile.
I dati sono tratti dal Terzo Rapporto Eikon sulla Sostenibilità Sociale (FrancoAngeli, 2026), Tab. 13 — campione di 2.000 intervistati tra 16 e 80 anni.
👉 Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale — Eikon SC

La legge nazionale sui caregiver è arrivata alla Camera. Il Veneto l’aveva già anticipata con una norma regionale. Il tema esiste, finalmente — ma i giovani caregiver restano fuori dalla narrazione istituzionale, come se non ci fossero. Come se il caregiving fosse una faccenda da adulti, da over 50, da famiglie già sistemate. Invece no.
Hanno tra i 18 e i 30 anni. Studiano, lavorano. E ogni giorno si prendono cura di una persona cara — un nonno con una patologia cronica, un genitore con una disabilità, qualcuno che non riesce a farcela da solo. Il 72% dedica da 1 a 5 ore al giorno all’assistenza. Il 32% lo fa da oltre tre anni. Non è un episodio. È una parte strutturale della loro vita, spesso invisibile anche a loro stessi — perché nessuno gli ha mai detto che esiste una parola per quello che fanno.
Eikon Strategic Consulting ha realizzato per Fondazione MSD la prima indagine qualitativa e quantitativa nazionale su questo fenomeno: 115 giovani intervistati in 17 regioni italiane, età media 25 anni. Un campione piccolo ma denso, costruito per dare voce a una popolazione che non ne ha mai avuta.
I dati che emergono sono precisi e scomodi. L’82% chiede un riconoscimento istituzionale del proprio ruolo. Solo il 36% ritiene adeguato il supporto sanitario attuale. Il 55% sceglie di prendersi cura per affetto, non per obbligo — ma il 66% considera quel ruolo molto impegnativo. Non c’è contraddizione: si può scegliere qualcosa con amore e portarne comunque il peso.
Quando si chiede loro di descrivere la propria esperienza in una parola, la prima che viene fuori è amore. Subito dopo: pazienza, tristezza, fatica, ansia. È una mappa emotiva che dice tutto — e che il dibattito pubblico, fino ad oggi, ha scelto di non guardare.
L'indagine qualitativa e quantitativa sui giovani caregiver italiani, realizzata da Eikon Strategic Consulting in collaborazione con le principali reti di Associazioni di Pazienti, promossa da Fondazione MSD in occasione dei suoi primi vent’anni di attività, è raccontata nel volume "Salute, Benessere e Sostenibilità. Terzo Rapporto sulla Sostenibilità sociale" edito da FrancoAngeli.
👉 Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale — Eikon SC

È stata l'estate più calda mai registrata in Europa occidentale: quattro ondate di calore, più di 430mila ettari di bosco bruciati, decine di migliaia di vittime. E per la prima volta un rapporto ONU certifica quello che i dati suggerivano da tempo: il superamento della soglia degli 1,5°C fissata dall'Accordo di Parigi è ormai «inevitabile». I governi hanno fallito l'obiettivo. La crisi climatica non è più un rischio futuro: è il presente.
In questo contesto di urgenza crescente, la domanda sull'energia torna al centro del dibattito pubblico. E qualcosa, nell'opinione dei giovani italiani, si sta muovendo, almeno sul nucleare.
I 20-29enni: la fascia più favorevole
Il Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale di Eikon SC ha posto a 2.000 italiani dai 16 ai 65+ anni questa domanda: "Pensi che il nucleare sia una soluzione positiva per il nostro bisogno di energia?" Sul totale del campione, i favorevoli — abbastanza e molto — si fermano al 49,4%, in sostanziale parità con i contrari (50,5%). Un Paese spaccato a metà.
Ma guardando le fasce giovanili il quadro si fa più interessante. Sono i 20-29enni la fascia più favorevole di tutto il campione: il 56,7% si dice abbastanza o molto favorevole, con un 20,2% che si dichiara molto favorevole — il dato più alto tra tutte le fasce d'età. E soprattutto: solo il 12,5% si dice per niente favorevole, il valore più basso dell'intero campione. Meno ostilità, meno indifferenza.
I 16-19enni mostrano un profilo diverso: più incerti, con una quota di "per niente favorevoli" (24,5%) superiore alla media del campione (21,8%) e una quota di "molto favorevoli" più bassa (13,2%). I 30-41enni, invece, sono la fascia con la quota più alta di "abbastanza favorevoli" (39,2%) ma con il minor numero di "molto favorevoli" (10,8%) — una apertura pragmatica, meno convinta.
Una evoluzione di immaginario
Nel 1987, 8 italiani su 10 avevano votato per l'eliminazione dei programmi nucleari — un rifiuto nato da circostanze contingenti come Chernobyl, ma anche da qualcosa di più profondo: le rappresentazioni sociali del nucleare sono da sempre popolate di metafore, proiezioni, aspettative magiche e frammenti di realtà mescolati insieme, in una nebulosa semantica che ha sempre reso difficile una valutazione sobria di questa tecnologia.
Per decenni, scrivono gli autori del Rapporto, la società italiana ne ha coltivato i "fantasmi negativi e apocalittici". Ora sembra averne invertito il segno. Non è ancora una scelta consapevole e informata. È un'evoluzione di immaginario — e come tale va letta: un segnale di come stia cambiando il terreno culturale su cui le decisioni energetiche del futuro verranno prese.
👉 Terzo Rapporto sulla Sostenibilità Sociale — Eikon SC


